giovedì 15 dicembre 2016

Tracce

Campo Ligure, 14.12. - E poi un vecchio compagno di avventure teutoniche mi manda un audiofile su whatsapp, carpendo una canzone non so come né dove. È nientemeno che Alejandro di Lady Gaga.
D'un tratto, il 2011 riappare. Mi venne a prendere all'aeroporto di Stoccarda con un gesto di generosità incondizionata che ancora adesso cito ad esempio. Guidava una Ford Fiesta bianca del 1991, come quella che avevano i miei genitori quando andavo alle elementari. Un cavetto Rcacollegava un autoradio a musicassette di ventanni a uno spocchiosissimo ipod argentato sbrillucicante e nuovo di pacca. Dall'Ipod emerse qualcosa di Gaga, che a momenti era nata a tempo con la Ford Fiesta. Far risuonare quel brano, all'epoca nuovissimo, con quel cavetto, in quell'abitacolo che era lo stesso che mi scorrazzava nella mia primissima infanzia creava una piacevole collisione simbolica. Noi ce la ridevamo e sfrecciavamo nella notte verso Tubinga. Di quante tracce vive l'uomo.

"Siamo tutti italiani"

9.12 Roma ~ Appena atterrato all'aeroporto di Roma Ciampino, code colossali per comprare il biglietto del bus per andare in città, ma io sono teutonico ergo organizzato fino ai denti, e mi presento col mio biglietto fiamnante di stampa pure a colori per salire sullo shuttlebus.
Peccato o per fortuna in verità sono nient'altro che un caotico italiano che ha già fatto il biglietto, sì, ma da Fiumicino. Manco il tempo di maledire me stesso che il controllore mi fa: "eh sali dai, tanto io mica sò er capo de la ditta de sto busse". Io lo ringrazio incredulo farfugliante e lui rincara: "eddeche. siamo tutti italiani".
Egli ha capito. E io non ho avuto nient'altro da aggiungere. Se non un sottovoce "per fortuna".

Finché c'è gusto c'è speranza

3.12. Amsterdam. Incontro con un connazionale all'estero, partito un po' alla speraindio, un po' per realizzare la sua arte. "Fare caffè è un'arte", mi dice. E parlottiamo un po'. Di Pino Daniele, di starbaccs, e di McDonald's che ha chiuso a Napoli in un modo molto spettacolare. Il Mc fece una pubblicità. Bambino dice a mamma: non voglio a pizza, portami al Mc. I pizzaioli piazzarono un chiosco fragrante di marghetite davanti al quasifood. Come nel pifferaio di Hamelin tutti uscirono dal Mc per farsi na pizza. Finché c'è gusto c'è speranza.

Una lettera dalla Norvegia

Due anni fa tenni un corso di etica a Jena, il cui tema era perdono, risentimento, vendetta. Uno studente seguiva con particolare interesse, intervenendo con discrezione e pertinenza. Chiedendogli quando avrebbe sostenuto l'esame, mi disse che non era questo il punto. Era venuto a sentire le mie lezioni non per accumulare crediti formativi, ma per una decisione. Per una questione privata che riguardava la sua vita, e che cercava di capire filosoficamente. Poche volte ho sentito il mio lavoro sensato come in quel momento. Poche volte mi sono sentito parimenti responsabilizzato.
Siamo rimasti in contatto. Una decisione pare sia stata presa, e qualche giorno fa ho ricevuto una lettera via posta, scritta a mano e senza mittente, proveniente da un Paese lontano. Era lui. Se c'è una cosa che rende la nostra vita qualcosa di più di una sonnecchiante routine dove cerchiamo di combinare il pranzo con la cena, sono gli incontri che facciamo.

giovedì 17 novembre 2016

Cose buone dal mondo

Pochi giorni fa mi trovavo in un paesino non troppo lontano dall'aeroporto di Orio al Serio, tale Zanica, pronto a ripartire l'indomani verso le Germanie. Quel genere di paesino che non vedrete mai, e tutto il mondo è in pace. O forse vi perderete qualcosa così facendo.
Ultimo pasto italico, mi affido a Trippa Advisor. Che mi segnala un locale dal nome un po' giovanile e un po' in periferia. Però mi fido. Andiamo. Mai avrei immagnato che avrei assaporato il filetto al pepe rosa probabilmente migliore della mia vita.
Commosso e felice, scrivo una recensione in tempo reale, seduto al tavolo.
E se ne accorgono. In tempo quasi reale.
Le cameriere arrivano, e iniziano a offrire giri d'amaro e digestivo a tutti quanti, ringraziandoci più volte. A momenti mi avrebbero quasi abbracciato. Perché, di solito, siamo invece così refrattari nel dare e ricevere felicità, nell'esternare un momento di gioia spontanea?
Gli abbiam detto che torneremo.
Lo faremo davvero.

sabato 17 settembre 2016

La vita a volte inizia quando parli con gli sconosciuti

3.9.16.
Arrivo a Tubinga e cosa trovo? 
Spätzle? No.
Il Neckar? No. 
Ratzinger? Nemmeno. 
Un musicista di strada che canta e suona con accento svevo q.b. Fiume Saint Creek.
Iniziamo a cantare insieme.
Poi mi racconta.
Di sé, di come scoprì Deandrè in una osteria a Portovenere. 
Una grande immagine di Fabrizio con la sigaretta, e sotto il cartello Vietato Fumare.
Vino rosso. Accenna anche un Umbre di muri, muri de mainé.
E tanta altra vita.

C'è tanta bellezza là fuori.

17.9.16.
In viaggio verso Berlino, con il mio collega indiano. Una signora un po' attempata ci domanda di dove siamo. Io temo la classica reductio ad mandolinum. Per fortuna il focus è sul collega. Ma avviene in maniera del tutto diversa. India, India, da sempre lei avrebbe voluto andare in India. 54 volte è stata invitata, ha visto il Dalai Lama a Zurigo, per lei significherebbe più di ogni cosa. Ma non può e non potrà mai. Sono nata in Krieg, durante la guerra ci dice, poco a nord di Berlino, e ho preso il tifo, due volte, durante la guerra, acque contaminate. Dove andate? In Israele. Non ci sono parole per quello che abbiamo fatto al popolo ebraico. Nel 2007 ho fatto una donazione con cui sono stati piantati alcuni alberi in Galilea. India, ancora India. Una vaccinazione al tifo, necessaria per l'India non me l'ha mai voluta fare nessun medico su quei precedenti. Il tifo, la guerra, l'acqua contaminata. E allora viaggia, incontra, legge. Vorrebbe scrivere le sue memorie. A patto che qualcuno la aiuti. Io non riesco a sopportare l'idea che questa vita, che mi ha appena sfiorato, svanisca senza lasciare traccia, anche se forse, come un Mandala trasportato dalla corrente, non sarebbe poi così male. Per me sì, invece. Scrivo questo frammento, affidandolo al più volgare dei mezzi di comunicazione. Scrivere è intolleranza all'oblio.

venerdì 3 giugno 2016

La mia seconda casa

Un amore sperticato per Tubinga in quanto tale, io non l’ho mai avuto.

Le sue casette da gnomini, le sue viuzze così innocenti, i suoi abitanti così sorridenti, neanche una cosa fuori posto – e se c’è, pare che anche lei sia prescritta nell’ordine delle cose. Le loro vite così perfette. Tutto questo per molto tempo mi suonava insincero e distante, tirato come il sorriso di un ballerino.

Non dimenticherò mai l’estraneità di un sabato pomeriggio dell’autunno del 2009, appena arrivato. Percepivo un confuso palpitare di sommessa gioia nell’aria, una gioia molto timida e festante in modo innocente e speranzoso. Ma non era la mia.

Piangevo, da quanto mi sentivo estraneo a tutte quelle case, quelle viuzze, quei sorrisi. L’invincibile alterità di quelle architetture, di quelle pietre e di quegli alberi così diversi dai miei, mi faceva sentire solo più di ogni cosa.

Sono passati più di sei anni da allora. E da quasi tre a Tubinga non ci vivo più. Eppure ci ritorno. E mi piace, adesso, ripercorrerne le strade. Visitandola con la dimestichezza di chi sa dove trovare le cose, e godermela nel suo puro presente, senza nostalgia. Tubinga, chi lo avrebbe mai detto, è diventata la mia seconda casa.

Qui c’è un nucleo di persone che ogni volta mi restituisce la certezza di essere vissuto, e non invano. Mi mostrano in maniera tangibile e perfettamente semplice che sono entrato nelle loro vite.

Me lo testimoniano accompagnandomi alla stazione, aspettando finché il treno non parte, e poi quando si dilegua, correndogli dietro mandandomi saluti tragicamente teneri. O sentendo il bisogno di fare un video mentre dico una battuta delle mie, perché per loro le battute delle mie non sono cazzate, ma sono schegge da raccogliere. O quando ancora m’invitano a cucinare assieme, o quando con la riga del cuscino ancora sulla faccia mi offrono il caffè. Come se quei due anni e mezzo da cui mi sono trasferito non fossero mai passati.

Nell’abbraccio della ragazza più semplice e umorale che mi ha voluto subito bene, nei discorsi sul senso nel nostro stare al mondo con chi invece questo senso lo brama e non ne può fare a meno. Nel sentire interi album o anche solo una canzone al buio in una di quelle stanze, come se avessi di nuovo diciott’anni per cinque o cinquanta lunghi magnifici minuti. Nelle canzoni, che due di loro mi hanno scritto e dedicato per il mio compleanno.

L’ammirazione, che percepisco nel modo in cui mi guardano quando parlo, nonostante il mio tedesco non sia meno goffo di allora. Riconoscono i miei sforzi, godono per i miei successi, e soprattutto mi hanno accolto e amato per quello che sono. Senza dovermi semplificare, senza dovermi far accettare.

Qui c’è l’Amicizia, che percepisco in un congedo in cui sappiamo con certezza che quando ci diciamo “alla prossima” ci sarà certamente una prossima volta. E che presto o tardi sono solo dettagli.